Ogni fotografia è, in fondo, un autoritratto. Anche quando guarda fuori, racconta ciò che accade dentro.
In [a·cro·ma·to·psì·a] lo sguardo si fa selettivo, personale, alterato. Le immagini in bianco e nero, volutamente sfocate, prive di nitidezza e dettaglio, parlano di mondi interiori più che esteriori. Sono visioni filtrate da un occhio che non cerca di descrivere il reale, ma di rielaborarlo, ridurlo, reinterpretarlo.
Queste fotografie rifiutano la logica della rappresentazione perfetta. Sfocare diventa un gesto estetico e concettuale: levigare, semplificare, togliere per rendere visibile l’essenziale. Ogni immagine è un piccolo enigma visivo, un frammento sospeso tra memoria, sogno e percezione.
In un’epoca in cui la fotografia è costantemente sottoposta a regole, categorie e giudizi, [a·cro·ma·to·psì·a] si muove in direzione opposta: verso un linguaggio libero, dove il messaggio è racchiuso nella forma stessa dello scatto. Dove l’autore non descrive il mondo, ma se stesso. Dove non si cercano certezze visive, ma domande.
“L’artista è colui che ha una costante percezione alterata della realtà.” (Andrea Camilleri)