Pianosa, isola dell’arcipelago toscano, si presenta dal battello  superba e fiabesca. Piatta, solare, mare cristallino e macchia mediterranea, meravigliosa. Basta però sbarcare sul molo e ci si rende subito conto di come il degrado, l’abbandono e l’incuria abbiano preso il sopravvento. Il paese appare in lenta decomposizione, non privo di un certo fascino romantico e decadente,  e fa ancora intuire quale dovesse essere la sua bellezza negli anni in cui brulicava  di vita cittadina. Molte delle sue costruzioni sono ora fatiscenti, diroccate, transennate e non visitabili perché soggette a crolli. Perché Pianosa (che adoro chiamare Neverland)? Perché in essa il silenzio è intrinseco e sfaccettato: regna ovunque irreale, da luogo cristallizzato fuori dal tempo, ai confini del mondo. Pare impercettibile perfino il sospiro delle onde del mare che s’infrangono sugli scogli. Un silenzio un pò angosciante, che richiama alla mente la vita dei detenuti qui segregati, senza speranza di liberazione. Ma anche un silenzio sano e positivo, che aiuta a riposare la mente, lontano dal frastuono e dal caos della vita urbana. E sullo sfondo avverti il silenzio metaforico, quello delle istituzioni che non intervengono in salvaguardia di questo posto meraviglioso, un paradiso terrestre ai confini del mondo a suo tempo chiamata l’Isola del Diavolo. Crediamo Belzebù l’avrebbe conservata in miglior modo. (Adriano Cascio)

 

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